Me lo ricordo, io, il giorno in cui Paolo Borsellino, che oggi avrebbe compiuto 76 anni (l'età esatta di mia madre), saltò in aria.Era domenica, era luglio, e io stavo leggendo un libro sul mio terrazzo, sotto un ombrellone.
All'improvviso mia madre spuntò dalla portafinestra e mi disse: "Hanno fatto saltare in aria Borsellino".
Io la guardai un po' sconcertata, incredula, smarrita.
Non è che non ci credessi, ci credevo eccome. E' che non volevo che fosse vero.
Quell'anno orrendo, quel terribile '92, pareva non volesse finire mai. E non lasciava sul terreno che morti, dolore e vergogna.
Mi alzai, anche questo mi ricordo, corsi a guardare gli speciali alla tv,
Ma fu solo quando vidi Caponnetto scendere di macchina e dire, con un filo di voce: "E' finito tutto" che mi crollò il mondo addosso e mi misi a piangere.
Mi ricordo mio padre, che condivideva con me la passione grande per la politica e l'impegno in prima persona, mettermi le mani sulle spalle, senza dire nulla, straziato pure lui da quell'immagine.
Perchè piangevo? Per tanti motivi. Per la morte di un Uomo giusto in cui avevo riposto speranza. Per il dolore di un vecchio magistrato che me era (ed è) l'esempio di vita da seguire. Per la vergogna di aver visto il partito che avevo scelto (e nella cui giovanile militavo), ridotto a collettore di tangenti e ufficio di collocamento uso scambio lavoro voti. Per aver visto morire un altro uomo giusto, con sua moglie, anch'essa magistrato, accanto. Per le loro scorte, per quegli uomini e donne che per poche lire al mese, rischiavano la vita al servizio della Repubblica. Per la Repubblica stessa, ridotta ad uno straccio usato da chiunque per guadagno personale senza curarsi d'altro, abusando di termini come politica, governo, elezioni, parlamento, eletti del popolo e via andare.
E piangevo per me, che avevo 27 anni. facevo politica, credevo in valori che sentivo traditi e non vedevo futuro. Nè per me nè per l'Italia.
Poi, non so come, non so perchè (nemmeno adesso lo so), davanti alle immagini che mi passavano davanti sul video della tv, mi resi conto che continuando solo a piangere, che perdendo la speranza, avrei tradito Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e le loro scorte, che per quello in cui anch'io credevo avevano dato la vita. Avrei tradito le tante persone perbene che condividevano con me quei valori e per essi, ancora e nonostante tutto, lottavano. E avrei tradito, soprattutto, quello in cui credevo.
Era una lezione che sapevo, ma di cui presi atto solo in quel momento: serve coraggio per sostenere i valori in cui si crede e che si vogliono veder trasformati in realtà. Un coraggio che non esclude niente, nè l'ostrascismo di chi si sente più furbo di te. nè la derisione, nè l'incomprensione, nè, (come avevo imparato da loro) in casi estremi, la morte.
Ecco: io quel giorno sono cambiata, sono diventata più forte e più tenace. Sono anche diventata sicura con tutta me stessa che quando si crede in qualcosa si deve sempre, sempre, lottare.
Per sempre e fino in fondo. Senza arrendersi e senza abbandonare.
E di questo ringrazierò sempre quegli uomini e quelle donne e anche quel maledetto, difficilissimo 1992
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