Non mi ricordo quanti anni avevo la prima volta che ho visto
Montmartre.
Mi ricordo, però, la mano di mia madre che teneva la mia e
la voce di mio padre, che rideva, mentre salivamo le scale. Era primavera,
perché gli alberi avevano miliardi di gemme e c’erano fiori ovunque. E non
pioveva, anzi: c’era il sole. E un vento fresco.
Guardavo affascinata l’acqua che scendeva lungo il bordo dei
marciapiedi e che mi incuriosiva. Mi fermavo per vedere meglio. E la voce di
mio pare diceva: “Andiamo, Cri, su, non ti fermare. Guarda quante scale”. E poi
mi ricordo di aver lasciato la mano di mia madre e di essermi messa a correre,
su, per i gradini, verso il cielo celeste pallido e le cupole bianche.
“Rimani dove ti posso vedere – diceva mia madre – non ti
allontanare” ma io ero già in un altro mondo. Un mondo diverso dal mio. Un
mondo davvero affascinante.
I gradini bianchi mi raccontavano un milione di storie. E un
altro milione me le sussurravano le persone (poche, perché era mattina presto)
che salivano con noi.
“Come, come? Ditemi, raccontatemi…” avrei voluto chiedere ai
gradini… ma non lo facevo. Avevo fretta di salire, di vedere, di abbracciare
tutto quel posto nuovo e sconosciuto…
E poi, in cima, all’improvviso, eccola lì: folla,
confusione, colore, calore, profumi: Montmartre.
I pittori chiamavano mi madre per farle un ritratto, mio
padre rideva, io mi indispettivo perché avevo fame e volevo un croissant. C’era,
tutto insieme, un mondo che profumava di poesie, di romanzi, di pittori e di
dipinti. E c’era quella chiesa strana e stravagante che da sempre (e per
sempre) mi fa venire in mente un vassoio di meringhe… Ah, che meraviglia…Non credo che mi scorderò mai quel mattino. E’ un ricordo
pieno di sole, sole dell’anima prima ancora che sole nel cielo.

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